Quegli esami in stato di emergenza: cent’anni fa come ai giorni nostri Εκτύπωση
Συντάχθηκε απο τον/την KATEPINA M   
Κυριακή, 28 Ιούνιος 2020 09:51

Quegli esami in stato di emergenza: cent'anni fa come ai giorni ...

Nel 1920 a Udine la protesta degli allievi dello Zanon. Lo sciopero portò a sanzioni e 4 in condotta

Alla fine della Prima guerra mondiale la principale scuola tecnica della regione, il Regio istituto tecnico “A. Zanon” di Udine, era in una profonda crisi. Molti studenti avevano interrotto gli studi perché richiamati e ben 90 avevano perso la vita in guerra. Studenti e docenti erano rimasti smarriti in una situazione di emergenza tanto difficile, con le lezioni interrotte dagli allarmi per gli aerei nemici che si spingevano fino a Udine, la città divenuta centro militare, la scuola messa in difficoltà perfino dalla mancanza di gas illuminante, che lasciava le aule al buio nei pomeriggi dei mesi invernali.

Quando poi, il 27 agosto 1917, esplose il grande deposito di munizioni di Sant’Osvaldo, una bomba proiettata fino alla scuola incendiò l’edificio che ospitava le collezioni naturalistiche. Diverse aule vennero danneggiate e furono così ridotti gli orari delle lezioni, con gli studenti che a gruppi frequentavano al mattino o al pomeriggio. Fu però Caporetto ad assestare il colpo decisivo, bloccando ogni attività fino all’inizio del 1919.


La scuola attraversò questi difficili anni tentando di coniugare l’anormalità di trovarsi a ridosso del fronte e nella “capitale della guerra”, con la prosecuzione, seppure a ritmi ridotti, dei corsi. Spettava, allora come oggi, alle amministrazioni pubbliche affrontare le situazioni inattese, dimostrando, al pari di studenti e docenti, elasticità di funzionamento e capacità di innovazione, che sono l’unica via per superare le emergenze.

L’emergenza non riguardò soltanto i corsi, ma anche gli esami finali. Gli studenti arruolati avevano patito, come generazione, più di altri le conseguenze della guerra, perché si trovarono dopo la fine del conflitto nella condizione di non avere un lavoro, un posto nella società acquisito prima del 1915 cui poter tornare, mentre il loro percorso di vita era stato interrotto e a volte spezzato.

Da questa situazione nacquero le proteste che nel febbraio 1920 misero in subbuglio le scuole e la città di Udine. La contestazione iniziò quando un gruppo che si autodefiniva “studenti ex-combattenti” del Regio istituto tecnico “A. Zanon” rifiutò il programma previsto per la sessione straordinaria di esami destinata ai giovani che erano stati richiamati, inviando un telegramma di protesta al Ministero con una specie di ultimatum, minacciando cioè uno sciopero di protesta che sarebbe iniziato il 9 febbraio.

Questo poco diplomatico esordio della protesta non venne certo accolto nel migliore dei modi da un Ministero peraltro orientato a permettere esami finali semplificati per i giovani che, non certo per loro volontà, avevano abbandonato gli studi.

Iniziò così una protesta che coinvolse le altre scuole della città, compreso il Regio ginnasio liceo. Gli studenti imputavano al Consiglio dei professori dello Zanon di proporre un esame secondo criteri “di pace”, e chiedevano invece più sessioni straordinarie di esami e di poter preparare soltanto il programma svolto nel corso dell’anno scolastico, che di fatto si era ridotto a pochi mesi. Diversamente – sostenevano non senza fondamento – sarebbero stati penalizzati giovani che avevano “perduto due, tre, quattro anni” a causa della guerra.

Alla scadenza dell’ultimatum, iniziò puntualmente, il 9 febbraio, lo sciopero studentesco “ad oltranza”: 400 studenti abbandonarono le aule e si riunirono per decidere come proseguire la protesta, mentre l’intervento, molto moderato, di carabinieri e guardie contro “ex combattenti fra i quali ci sono feriti e mutilati” aveva buttato benzina sul fuoco. Il 10 gli scioperanti cercarono di impedire l’entrata degli studenti delle altre scuole, mentre i presidi chiedevano l’intervento del prefetto.

Il Consiglio dei professori dello Zanon dal canto suo assicurò la “massima larghezza e benevolenza verso gli studenti ex combattenti”, condannando però allo stesso tempo la violenza e minacciando pesanti sanzioni. Il 12, ultimo giorno di sciopero, gli studenti occuparono la presidenza del Liceo, costringendo il preside a sospendere le lezioni in parte della scuola.

Mentre la protesta minacciava di estendersi ad altre città, i capi di istituto e la stampa cittadina invitarono le famiglie alla “cooperazione” per far rientrare lo sciopero. Le loro preoccupazioni rimbalzarono a Roma, dove si temeva un’estensione del movimento, nel clima surriscaldato del periodo di più intenso conflitto sociale della storia italiana.

Il Ministero, che paventava, nonostante le molte facilitazioni concesse agli studenti ex-combattenti, “una vera e propria organizzazione dello sciopero scolastico”, finì per esortare il preside dello Zanon a usare “tutti i mezzi a sua disposizione per ricondurre ordine ed agire in via disciplinare secondo vigente regolamento contro promotori sciopero i quali risulta al Ministero vadano eccitando disordini con tendenziosi telegrammi anche studenti altre Città”.

E così fu, con un 4 in condotta e l’esclusione dalla sessione di esami di marzo per tutti gli scioperanti e più pesanti sanzioni per i 20 “maggiormente responsabili”. Nello scontro con le istituzioni, gli studenti avevano avuto la peggio, ma avevano ribadito un protagonismo che la guerra aveva rafforzato, facendo iniziare, anche per i giovani, una nuova stagione della storia.

Se non ci fu lieto fine per gli studenti, ci fu invece per la scuola, perché il ministro assegnò le risorse necessarie alla ricostruzione dell’Istituto, che era stato danneggiato e aveva perso laboratori e attrezzature, ma che continuava a essere considerato una risorsa per la crescita del territorio. Così era stato fin dall’inizio (nel 1866, subito dopo l’annessione del Friuli al Regno d’Italia), quando la scuola era stata fondata in funzione dello sviluppo della regione, che non poteva che basarsi sulla diffusione delle conoscenze e sulla tecnica.

Non era una ricetta valida soltanto in Friuli, ovviamente. L’Italia era, ed è, un paese relativamente piccolo, con limitate risorse naturali, ma che aveva compiuto il “miracolo”, tra la fine dell’Ottocento e la Grande guerra, di iniziare una trasformazione industriale che l’aveva affrancato dal destino di arretratezza di molti paesi mediterranei. Nelle regioni più sviluppate economicamente, che avevano puntato sulle conoscenze, non solo c’erano più scuole e università tecniche, ma si leggeva di più. E non soltanto manuali tecnici ma anche giornali e romanzi: materie “umanistiche” e “scientifiche” andavano a braccetto.

Allora come oggi, la capacità di una classe dirigente nel porre le basi per il futuro del paese si misura sull’attenzione alla scuola, all’università, sulla capacità di promuovere la lettura, lo spirito critico, le conoscenze. Una forma di ricchezza difficile da definire da cui dipende però il destino di ogni paese. Il vero problema su cui vale la pena di concentrarsi, quindi, non sono, forse, questi esami nell’emergenza sanitaria, ma la capacità di delineare un progetto per il paese che assegni all’istruzione e alla cultura il ruolo che attualmente non hanno, ma che devono avere in un paese sviluppato che voglia restare tale, senza correre il pericolo di diventare soltanto una gradevole meta turistica su una qualche “Via della seta”.

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