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Δευτέρα, 15 Αύγουστος 2011 12:58

24γραμματα

di Silvano Palamà

I preti utilizzano ormai un latino volgarizzato,
ancora più difficoltoso in un territorio dove più o meno il cento per cento della
popolazione parlava greco. Anche se è una schematizzazione semplificata, per comodità di ragionamento dirò che abbiamo avuto nell’area ellenofona della Grecìa Salentina due differenti fasi di trasmissione della cultura: quella legata soprattutto all’epoca classica, che ha utilizzato gli oggetti della cultura materiale (siti archeologici, reperti, tracciati viari, ecc.) e l’altra, di epoca bizantina, che, oltre ad utilizzare comunque la trasmissione attraverso gli oggetti della cultura materiale, ha usato la scrittura, non perché prima non fosse nota, ma perché a noi sono pervenuti del periodo precedente meno documenti in tal senso (epigrafi, pietre miliari).
In epoca medioevale l’uso della scrittura, che ha affiancato l’altro grande veicolo di comunicazione, la pittura, ha avuto grande impulso soprattutto grazie agli insediamenti monastici (prima in grotta, poi in conventi e monasteri), ma anche ad opera dei papàdes.
Nardò, San Mauro a Gallipoli, San Giorgio a Corigliano, San Zaccaria a Sternatia, San Niceta a Melendugno e, soprattutto, San Nicola di Casole nei pressi di Otranto, sono stati i centri di formazione dei copisti.
Il loro lavoro ha consentito che le opere dei filosofi e letterati greci fossero tradotte in latino per essere poi, dal latino, trascritte nelle lingue moderne. Sono stati i centri del Salento e della Calabria ad aver consentito la conoscenza di tali opere, perché erano le aree dove si conoscevano meglio il greco e il latino.
E l’opera immane di trascrizione avveniva in silenzio in un periodo in cui, paradossalmente, una fase di oscurantismo attraversava l’Italia e l’Europa, i cosiddetti “secoli bui”. Proprio in quei secoli negli “scriptoria” si producevano manoscritti in gran quantità: lo sapeva bene, ad esempio, Umberto Eco, che ha inserito tra i personaggi di un suo romanzo, Il nome della rosa, un monaco amanuense chiamato Adelmo da Otranto.
Ma, anticamente, sapevano bene quale fosse il fervore culturale nel Meridione anche i grandi letterati italiani, come ad esempio Petrarca e Boccaccio, che si riferivano proprio alle scuole delle isole linguistiche greche (e per il Salento soprattutto a Nardò) quando pensavano ad una formazione di eccellenza nel greco classico.
Le ricerche di Marco Petta, Andrè Jacob, Oronzo Mazzotta, fino alle tesi di laurea di studenti dell’Università di Lecce hanno evidenziato la grande messe di codici, di manoscritti, miniati o meno, prodotti nel Salento e conservati nelle biblioteche di mezza Europa: quanti testi nel Cinquecento, grazie soprattutto al cardinal Bessarione, hanno preso la via per Venezia, dove sono conservati nella Biblioteca Marciana. Ci ha pensato Niccolò Majorano da Melpignano, bibliotecario della Vaticana, a trasferire a Roma un altro consistente numero di codici. E poi via via, fino a Napoleone III, sono stati in tanti a portarsi via “ricordini” dal Salento, così che della vastissima mole di opere prodotte in Terra d’Otranto a noi rimane il ricordo.

Adesso bisogna riannodare fili slegati e, dopo una prima fase di ricognizione delle opere presenti nelle biblioteche d’Italia (Venezia, Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze) e d’Europa (Parigi, Vienna, Francoforte, Tubinga, ecc.), in collaborazione con l’Università di Lecce e con gli enti locali (Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e Provincia di Lecce) si procederà alla microfilmatura delle opere per creare una grande biblioteca virtuale che consentirà di avere un’idea complessiva della produzione di manoscritti, permetterà agli studiosi di avvicinarsi alle opere senza intraprendere un lungo viaggio in giro per l’Europa e agli studenti di approfondire la conoscenza delle proprie radici. Un’ultima fase dovrà infine riguardare la graduale trascrizione dei testi dal greco antico e dal greco bizantino alle lingue moderne per consentire una fruizione diffusa del grande patrimonio.
La fase “colta” ebbe prima una brusca frenata ad opera dei tanti invasori che si sono succeduti in Terra d’Otranto, che ostacolavano, o almeno non favorivano, il clero greco, ed ebbe poi il colpo di grazia ad opera dei turchi che presero Otranto e invasero il Salento, e ad opera della Chiesa cattolica che applicava nella maniera più ferma i dettami del Concilio di Trento, in piena Controriforma.
La fase “colta” si esauriva per mancanza di scuole, oltre che per l’interruzione dell’arrivo di nuovi religiosi da Costantinopoli. San Nicola di Casole, che era già in decadenza, scomparve sostanzialmente con la presa di Otranto. I preti che, secondo le indicazioni del concilio tridentino, cominciavano a tenere i registri parrocchiali, lo facevano, spesso con grafia incerta, utilizzando ormai un latino volgarizzato, ancora più difficoltoso da utilizzare in un territorio dove più o meno il cento per cento della popolazione parlava greco.
La grande cultura greca si mimetizzava, passando piano piano dalle biblioteche dei monasteri alla memoria popolare. Intere opere letterarie venivano mandate a memoria, ma non solo. Il popolo faceva sua la cultura, ne utilizzava i canoni letterari, così che la diffusione avveniva paradossalmente in misura maggiore che nel periodo precedente, perché in questa fase si superava il problema della scrittura e tutto si tramandava oralmente con un grande vantaggio: mentre i testi scritti erano dell’autore che li aveva compilati, la cultura orale aveva mille autori, ciascuno aggiungeva del suo, interpretava, arricchiva e si manteneva viva una lingua proprio perché affidata interamente al popolo. Ciò ovviamente ha comportato un adattamento alle esigenze del popolo, anzi della società contadina, quasi portatrice esclusiva di quella cultura.
Ma non pensiate che, così facendo, si sia abbassato il valore letterario dei componimenti poetici: basta leggere il Lamento del Cinquecento o ascoltare una poesia del “Kokkaluto”, poeta contadino dalla vena straordinaria, per comprendere che non la poesia si era abbassata al volgo, ma era il popolo che vedeva elevato il proprio livello culturale.
L’aspetto negativo è che si perdette l’uso dei caratteri greci perché per quello erano necessarie le scuole.
La seconda fase “colta”, per la Grecìa Salentina, comincia alla fine dell’Ottocento, sull’onda lunga del Romanticismo, quando letterati esterni all’area, come il Comparetti e il Morosi, ma anche locali (soprattutto Vito Domenico Palumbo), si rendono conto della quantità e della qualità del grande patrimonio custodito dal popolo e cominciano a raccoglierlo, ad analizzarlo, a trascriverlo. La società contadina si trasforma e la sua evoluzione comporta un’inevitabile apertura a nuove forme di comunicazione.
Torna a far capolino la necessità della scrittura, si diffondono le scuole e si pone il problema del griko che inizia ad essere insufficiente per la comunicazione in una società che si apre all’esterno. Palumbo lo comprende bene e inizia l’opera di trascrizione che porterà avanti per quasi quarant’anni. Sebbene conosca la lingua greca alla perfezione, tanto che finirà per compilare la prima grammatica del greco volgare, utilizza, per il griko, i caratteri latini. Certo, la trascrizione è imperfetta e ha bisogno di prestiti (come il c), ma ci sarebbero stati ancora più problemi ad usare integralmente l’alfabeto greco moderno, di una lingua che già per conto suo intanto andava modificandosi in Grecia. C’è anche da sottolineare che il Palumbo raccolse fisicamente testi scritti in griko da altri parlanti, in genere contadini che sapevano usare appena, e spesso male, solo i caratteri latini.
Ma non solo i contadini componevano; anche uomini di cultura, come Leonardo Mascello da Castrignano, si cimentavano in composizioni nel dolce idioma greco salentino.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, per merito del Palumbo soprattutto, ma non solo suo, nacquero svariate riviste di cultura grika, da Kalimera a La rivista di cultura salentina, da Helios ad Apulia. Una rivista di ambizioni europee, denominata Cronaca letteraria greco-latina, fu progettata ma non pubblicata.
Nei decenni a cavallo del secolo, non solo la cultura greco-salentina veniva fatta conoscere fuori dai suoi confini, in Italia e all’estero, soprattutto in Grecia, ma opere di grandi autori stranieri portavano nella Grecìa Salentina la cultura tedesca, inglese, francese e soprattutto greca.
L’Inno alla Libertà di Dionisio Solomòs veniva parzialmente proposto dal Palumbo nella sua Grammatica del Greco Volgare, pubblicata nel 1909 a Heidelberg. Kostìs Palamàs dedicava il suo volume di poesie La vita è immobile al signor Vito Palumbo con profonda stima e affetto. Dal francese il Palumbo traduceva in greco salentino Un évangile, di François Coppée (Parigi, 1886), dal greco medioevale i Canti Rodii (Lipsia, 1882) e Alfabeto dell’Amore (Lecce, 1912), il dramma in tre atti Vita-Sogno di A. Paparigopoulos (nel “Gazzettino Letterario”, 1879), I Poemetti di A. Valaoritis (Calimera, 1896). Dall’inglese veniva tradotto in italiano e greco-salentino Il Corvo di E.A. Poe, mentre dal tedesco erano portati in versione greco-salentina alcuni poemetti di Heine.

Di Soleto e della Grecìa Salentina si parlava ne Le cento città d’Italia, del 1929, mentre pubblicazioni inerenti alla Grecìa Salentina, dopo il Palumbo, venivano curate da Don Mauro Cassoni (Hellas otrantina, La fine del rito greco in Terra d’Otranto) da Domenicano Tondi (Glossa), da Giuseppe Gabrieli e altri che continuavano il lavoro di ricerca e di analisi. Intanto, il grande glottologo tedesco Gerard Rohlfs s’interessava delle aree di origine greca della Puglia e della Calabria e produceva studi fondamentali, accreditando l’ipotesi dell’origine magnogreca delle aree ellenofone.
Su giornali e riviste nazionali scrivevano Brizio De Santis, Giuseppe Gabrieli, Giuseppe Palumbo e altri. Il mondo accademico si interessava della cultura greco-salentina soprattutto con Oronzo Parlangeli, che con i suoi studi accreditava l’ipotesi dell’origine bizantina dell’area ellenofona del Salento. Assieme al Parlangeli, un giovane calimerese ricercava e pubblicava una breve raccolta di canti, a cui veniva dato il titolo di Traùdia: si trattava di Giannino Aprile.
Erano gli anni Cinquanta e Sessanta e la cultura grika da un lato si impoveriva per la partenza di tanti greco-salentini, che emigravano in cerca di lavoro, dall’altro vedeva una rinascita dell’attenzione da parte degli studiosi (non più solo Rohlfs, ma Kapsomenos, Karanastasis, per non parlare dei salentini Stomeo, Cotardo). Alcuni poeti di origine popolare componevano in griko i loro versi (Cesare De Santis, Cesare Campanelli, Luigi Castrignanò, Brizio Leonardo Colaci, Genoveffa Avantaggiato, Luceri, ecc.).
Ma è stato Giannino Aprile che pazientemente ha ricucito i rapporti con la madrepatria greca. Cominciavano gli scambi, prima come avventurosi viaggi di studiosi, poi sempre di più come visite di gruppi (studenti, sportivi, organizzazioni di docenti). La cultura greco-salentina, anche grazie a giornali, riviste, radio e televisione, cominciava a farsi conoscere in Italia e in Grecia. L’arrivo della stele attica a Calimera, nel 1960, dono del sindaco di Atene alla cittadina salentina, segnava il momento di superamento della lunga fase storica di separazione della Grecìa Salentina dalla Grecia. È importante perché da quel momento lo scambio culturale che aveva saltuariamente coinvolto gli studiosi delle due sponde dell’Adriatico comincia a diventare incontro tra genti e dà vigore agli sforzi di chi nella Grecìa Salentina rifiuta il secolare, per certi versi ovvio, epitaffio sul griko che sta morendo.
Certo, per resistere, un organismo antico ha bisogno di rinnovare le sue cellule, di ricevere linfa giovane. Questa iniezione di vitalità avviene negli anni Settanta attraverso la musica popolare. I dolcissimi canti sussurrati dai cantori anziani vengono raccolti dai giovani che, costituiti in gruppi musicali o attraverso le ricerche individuali sul campo, indagano il vasto patrimonio musicale e lo ripropongono nelle piazze, alla radio, talvolta alla televisione.
Se gli studi profondi, colti, dei glottologi e dei filologi non riescono a coinvolgere le masse giovanili, il compito è assunto dalla musica e, dopo il “Canzoniere grecanico salentino”, altri gruppi sulla sua scia propongono canti d’amore, pizziche, canti di questua.
Le scuole cominciano ad interessarsi del patrimonio culturale griko, a partire dalla lingua. Angiolino Cotardo e Antonio Greco a Castrignano, Ernesto Aprile, Angela Campi Colella a Calimera, cominciano a portare elementi di griko nella scuola, con alterne fortune.
Intanto, a dare continuità al doppio senso di circolazione della cultura tra Grecia e Grecìa Salentina, ci pensa lo storico calimerese Rocco Aprile che, dopo lunghi anni di ricerche, scrive la Storia della Grecia Moderna, a cui seguirà, alcuni anni dopo, il volume Grecìa Salentina, origini e storia e poi, alla fine degli anni Novanta, la Storia di Cipro.
La percezione dell’importanza della cultura grika e della necessità di recupero e valorizzazione si diffonde e nascono a tale scopo associazioni culturali un po’ in tutti i comuni ellenofoni: “Argalìo” a Corigliano d’Otranto, “Chora-ma” a Sternatìa e “Ghetonìa” a Calimera diventano negli anni Ottanta il riferimento per coloro che vogliono contribuire alla salvaguardia del griko.
I canti greco-salentini tradizionali vengono sempre più conosciuti fuori dall’area grika e in particolare in Grecia, dove Melina Mercuri, Maria Farandouri e altri grandi esecutori fanno conoscere sia i canti popolari griki sia i canti d’autore; in particolare, sono popolari le canzoni del compositore calimerese Franco Corlianò, a cominciare da Klàma, noto in Grecia con il titolo di Andramu pai.

Al libro di Giannino Aprile, Traùdia, pubblicato postumo nel 1972 e ripubblicato da Ghetonìa nel 1990, si affiancano altre pubblicazioni: Roda ce kattia (canti di V.D. Palumbo curati da P. Stomeo), Racconti greci inediti di Sternatia (sempre a cura di P. Stomeo), le pubblicazioni finalizzate alla didattica di Angiolino Cotardo e Ada Nucita, i testi di ricerca storica e antropologica (di Brizio Montinaro, Giuseppe Lisi, Rocco Aprile, Gustavo Buratti, Maria Montinaro, Franco Corlianò, Luigi Chiriatti, Antonio Amato e altri).
Il lavoro di ricerca e diffusione della cultura è facilitato dall’Unione europea. La Direzione XXII e poi la Direzione X effettuano una serie di interventi che consentono di poter realizzare qualcosa che era sulla carta da tempo, talvolta da molto tempo. È il caso dei quaderni di Vito Domenico Palumbo, rimasti manoscritti per oltre un secolo e che, affidati a Ghetonìa dagli eredi dello scrittore, vengono studiati per poterne effettuare la pubblicazione. Dopo I canti greci di Corigliano d’Otranto, tratti da un quaderno e pubblicati a cura di Salvatore Sicuro già nel lontano 1978, altro materiale viene indagato, sistemato e pubblicato: è la volta dei racconti popolari (due volumi dal titolo Io’ mia forà…) curati da Salvatore Tommasi, e dei canti popolari, riportati nel volume Ìtela na su po’…, a cura di Salvatore Sicuro.
Nelle scuole riprende l’impegno verso le nuove generazioni. Progetti di grande valenza didattica vedono impegnata la scuola di base di Castrignano, ma un po’ tutte le scuole della Grecìa cominciano a valorizzare lingua e cultura grika, assieme a lingua e cultura greca, grazie alla presenza di docenti madrelingua inviati dal governo greco, ottenuta anche per il lavoro svolto in tal senso dal Consolato Generale di Grecia a Napoli. Vengono realizzate e proposte grammatica e lessico griko, vengono ristampate grandi opere del passato, vengono incentivate e pubblicate raccolte di canti di autori contemporanei.
Ma le associazioni, gli studiosi non sono più soli: l’Unione europea da una parte, gli amministratori locali dall’altra, danno un grande contributo allo sviluppo culturale dell’area. L’identità comune acquista un significato forte, i comuni si costituiscono in associazione, poi in consorzio, quindi in Unione. Ogni passo avanti presenta delle difficoltà, ma queste vengono superate con la consapevolezza di aver avviato un processo irreversibile.
L’Italia, la Grecia, l’Europa conoscono la Grecìa salentina grazie soprattutto ai numerosi gruppi musicali che fanno conoscere ovunque pizziche e canti d’amore, ninne nanne e moroloja. Ci pensa poi il grande appuntamento estivo della “Notte della Taranta” a fare da vasta cassa di risonanza alla musica grika: dall’estate del 2002, un collegamento satellitare consente di seguire in diretta il concertone finale in tutta Europa, dal Portogallo a Cipro. La visita nella Grecìa salentina del Presidente della Repubblica ellenica, Kostìs Stefanopoulos, nel 2001, ha fatto conoscere al grande pubblico greco l’area ellenofona nel tacco d’Italia.
Sono sempre più frequenti i pullman di amici greci che giungono in Puglia e in Calabria per conoscere i fratelli lontani, per scoprire radici che sono le radici della Grecìa Salentina, della Bovesìa, ma in larga misura anche le radici della Grecia.
Una serie di gemellaggi, avviati a partire dagli anni Ottanta, avvicina i centri greci di Halandri, Leonidion, Terpistea, Lefkimi, Arcadi a Calimera, Martano, Zollino, Soleto; il Liceo musicale di Palini realizza un progetto con la scuola media a indirizzo musicale di Calimera e produce un libro e un cd, Ponti d’amore musicali nel Mediterraneo. In molte città della Grecia (Ioannina, Corinto, Karditza, Atene) nascono associazioni di “Amici della Grecìa Salentina”. Nasce la Lega Italo-Ellenica a L’Aquila, molto attiva nei gemellaggi.
Dopo il “Museo Multimediale della Grecìa Salentina”, ospitato per l’Unione dei Comuni presso il castello di Corigliano d’Otranto, nasce a Calimera, a cura di Ghetonìa, la “Casa-museo della civiltà contadina e della cultura grika”, punto d’incontro con la cultura grecosalentina. Alcuni sponsor, tra cui la Banca Popolare Pugliese, hanno collaborato alla sua realizzazione; l’Università di Lecce, con cinque corsi di laurea, ha stipulato convenzioni per lo svolgimento di tirocini formativi presso la “Casa-museo”, dove si svolge anche un progetto di Servizio Civile, Arcisalentu, che coinvolge quattro volontari.
Per chi non può giungere fisicamente nelle aree ellenofone del Sud Italia ci sono nuovi strumenti di conoscenza. Una serie di musicassette, cd musicali, cd-rom portano lontano gli elementi di conoscenza dell’area. Ma lo strumento più nuovo, quello che mette in comunicazione immediata, è ormai Internet. Una serie di siti consentono di navigare virtualmente in Puglia, in Calabria e in Grecia, di avere contatti continui impensabili fino a pochissimi decenni or sono. Il sito ufficiale della Grecìa Salentina (www.greciasalentina.org) si affianca ai siti creati nel territorio e fuori da esso (Bologna, Perugia, L’Aquila), siti che si occupano di lingua, cultura, turismo, economia, comunicazione.
Sono strumenti nuovi e vicini alla sensibilità dei giovani, quello della musica, della multimedialità, a cui si affianca il disegno: un gruppo di giovani ha realizzato tre anni or sono la trasposizione a fumetti di fiabe e racconti popolari (Mes ti tàlassa ecé sto daso, Dentro al bosco, in mezzo al mare). Al testo in griko del fumetto sono state affiancate le traduzioni in italiano e neogreco ed è stata così realizzata una pubblicazione dei giovani per i giovani.
Per la Grecìa Salentina è finito il tempo dello stupore, dell’infanzia. Con il terzo Millennio comincia il tempo delle idee, della comunicazione, della costruzione della maturità, dello sviluppo. È un impegno difficile, lo sanno bene gli amministratori locali che, con la creazione dell’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina, devono affrontare e risolvere impegnativi problemi di area, oltre che dei singoli comuni. Ma la strada è tracciata, ora bisogna percorrerla.
Dai nostri padri abbiamo avuto in regalo la grande anima della Grecìa Salentina e della Bovesìa. Ora, insieme agli amici greci, dobbiamo costruire dei solidi corpi.

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